13 giugno_Il lavoro logora chi non ce l'ha Email




Esodati, disoccupati, cassaintegrati, freelance, finte partite IVA, co.co.pro., licenziati, ricollocati, scollocati, a tempo determinato, a tempo scaduto, tante sono le sfumature per indicare il lavoro in tempo di crisi e la prospettiva che sia certezza, equilibrio e serenità che si allontana.
L'analisi della solitudine del cittadino globale di Bauman non lascia scampo: le politiche neoliberiste hanno fallito perché hanno esaltato la libertà dell'individuo a discapito della dimensione collettiva. Lo stato di crisi che viviamo oggi non è dato solo dall'indecisione perché non si conosce il futuro ma dalla impossibilità di decidere perché le istituzioni non scelgono e non si assumono responsabilità. E noi come singoli?

“Il lavoro diventa sempre più servile, precario, insicuro, povero. È la condizione del quinto stato, sospesa tra ricerca di autonomia e indipendenza e un presente fatto di esclusione sociale, impoverimento economico e miseria culturale" Giuseppe Allegri

Sappiamo perché siamo in crisi, ma non abbiamo ancora capito come uscirne. Abbiamo creduto con ostinazione che la promessa del benessere a oltranza potesse essere mantenuta all'infinito, ciascuno preoccupato di procedere in una sorta di apnea, protetto dal suo paraocchi, concentrato a salvare il proprio posto di lavoro, allontanando il pensiero di poter essere il prossimo a cadere.
Qualcuno è però un passo avanti agli altri, intento a prefigurare le condizioni di una nuova occupazione, nuove forme di lavoro, di aggiornamento, di utilizzo delle tecnologie, di individuazione di luoghi di lavoro non canonici, diffusi, o di ritorno alla casa bottega, che restituiscano dignità.
Perché di questo si tratta: aiutare prima se stessi per poter essere poi di aiuto agli altri, come ci ricorda l'hostess ogni qualvolta saliamo su un aereo: in caso di necessità si rende disponibile l'ossigeno; indossate la mascherina e respirate; solo dopo aiutate chi vi sta vicino. Una metafora, verrebbe da pensare. Il viaggio è la vita, il nostro sedile è il nostro mestiere, l'ossigeno è ciò che permette di andare avanti superando una difficoltà momentanea (il prestito della banca a un tasso agevolato, ad esempio) e il vicino è chi dipende dalla nostra solidità: la famiglia, il gruppo di lavoro.
L'immagine non ha però la forza di proiettarci in una sfera di ottimismo né di visione di un futuro migliore, diverso. Proviamo allora a ripartire da Zygmunt Bauman. "Oggi pochi ricordano che la parola 'crisi' è stata coniata per designare il momento di prendere delle decisioni... Etimologicamente, la parola è molto più vicina al termine 'criterio' - il termine che applichiamo per prendere la decisione giusta - che alla famiglia di parole associate a 'disastro' o 'catastrofe', nella quale oggi tendiamo a collocarla." Siamo capaci dunque di lasciarci alle spalle la crisi, la depressione e quel senso di incapacità e immobilità e cogliere l'aspetto energizzante che deriva dalla riflessione e dal coraggio di fare delle scelte (sperando che si rivelino giuste) e di adattarsi al cambiamento?
Non è facile per nessuno, né per i sessantenni in mobilità, né per i quarantenni e cinquantenni pizzicati tra la generazione che li ha preceduti e non ha mantenuto (come avrebbe potuto?) la promessa di lasciare spazio e quella più giovane che preme e chiede di ottenere subito lavoro retribuito.

“Dal cucchiaio alla città è il mio credo, penso che il talento italiano sia davvero a tutto campo, niente può spaventarci” Benedetta Tagliabue

È ancor meno semplice per quelle categorie professionali che non hanno ammortizzatori sociali, i lavoratori con partita IVA, gli architetti per esempio, che se lavorano campano altrimenti no, e anche sopravvivere non è così scontato. Usciti a migliaia dalle facoltà italiane, si sono trovati in un mercato del lavoro viziato da una competizione malata che ha abbassato l'asticella della qualità in una lotta all'ultimo ribasso, una guerra tra poveri a strappare l'incarico per una certificazione energetica al collega o altro professionista di area tecnica, prima di essere entrambi surclassati dal miraggio Groupon. Un architetto ogni 480 abitanti è il dato da cui partire per chiedersi quale posto devono occupare gli architetti nella società. Se una quota dei quasi 150.000 architetti italiani ha un posto fisso, perché impiegato nella pubblica amministrazione, in soprintendenza, nella didattica o in una società, quelli che sono liberi professionisti dipendono dalle commesse private, dalle gare pubbliche, dai rari concorsi.
Lavorare meno lavorare tutti, si sente chiedere a gran voce da molti e forse hanno ragione. Ma per un mestiere che se è passione è totalizzante, come quello dell'architetto, sovente si lavora tanto ma non si guadagna di più. La prerogativa dell’architetto è la capacità di progettare oggi per realizzare domani; la condizione di libera professione, ne ha fatto un lavoratore flessibile per vocazione, non per obbligo. Si potrebbe dire che è un antesignano sostenitore del coworking, poiché è stato educato al lavoro di gruppo, alla condivisione non solo dello spazio di lavoro, ma anche della conoscenza e al confronto culturale e disciplinare. Non ha dunque le caratteristiche non solo per salvarsi ma per reinventarsi?

Liana Pastorin



 
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