11 giugno_Apprendere in futuro Email

 




Quante volte sulle sudate carte abbiamo pensato con diffidenza all'origine della parola scuola? In greco significava 'libero e piacevole uso delle proprie forze, soprattutto spirituali, indipendentemente da ogni bisogno o scopo pratico', come l'otium latino, ben distinto dal negotium.
È in epoca recente che 'scuola' ha iniziato ad identificare il luogo dove si attende allo studio. Luogo resistente ai cambiamenti, anacronistico rispetto agli spazi della didattica quanto ai suoi strumenti e contenuti; eppure è proprio su questi aspetti che si gioca il futuro della formazione scolastica e personale delle giovani generazioni.

Sulla tipologia degli spazi dedicati all’istruzione pesa l’eredità ottocentesca e militaresca: l'austerità degli ambienti, i soffitti alti, la scelta dei materiali, una architettura che se può tranquillizzare il passante perché ne riconosce i codici stilistici, è invece algida, respingente per chi la abita nella quotidianità di studio e lavoro. D'altro canto, gli edifici realizzati nel momento del boom economico e demografico se hanno risposto alla domanda di maggiori spazi non hanno saputo tradurre i progetti nella piacevolezza dei luoghi, sovente privi anche di qualità esecutiva, ad eccezione dei timidi slanci al rinnovamento proposti in alcune scuole degli anni Settanta, rimasti poco più che esperimenti, per lo più misconosciuti e incompresi.

Oggi siamo consapevoli che il complessivo patrimonio edilizio scolastico del nostro paese è ampiamente inadeguato e insicuro. Generalmente gli edifici non sanno offrire confortevoli spazi interni di relazione per la popolazione scolastica e neppure esterni di dialogo con il rione; sono energivori, decadenti, fragili, inospitali: la luce naturale e l'illuminazione artificiale sono mal gestite così come l'aerazione; le attrezzature obsolete e le nuove tecnologie sono guardate con sospetto o sottoutilizzate.

"La costruzione di una scuola dovrebbe essere il primo atto pedagogico. Oggi invece si chiede semplicemente una risposta funzionale ed economica. L’architettura di qualità, capace di donare un’emozione, è vista come un aspetto superfluo." Carlo Pession

Se, come sensibilizza Andrea Bajani, “la scuola non serve, non deve servire, ma essere”, ad essa si deve chiedere innanzitutto di essere un luogo sicuro, in cui si apprende anche la conoscenza degli spazi e la gestione del pericolo.
La scuola in Italia ha dimostrato di poter essere una trappola mortale in caso di terremoto o anche solo per il collasso di tamponamenti obsoleti, controsoffitti non monitorati. Come è possibile pensare che basti individuare un referente a cui sono state impartite nozioni sulla sicurezza perché essa sia un diritto garantito? Perché non impariamo che non è sapere di avere qualcuno da colpevolizzare che eviterà tragedie? Perché non diffondere invece la conoscenza, invitare all'osservazione, educare alla cura e alla responsabilità dell'edificio scolastico (lo stesso vale per qualsiasi altro edificio)  tutte le persone che lo abitano, anche gli studenti? Perché non sistematizzare e istituzionalizzare il ricorso a figure professionali quali architetti formati e dedicati, una sorta di medico di famiglia o medico condotto? Per coinvolgere i giovani sulle tematiche della sicurezza (ma anche gli adulti) basterebbe forse un video gioco (serious game), di immediata comprensione e propedeutico all'esperienza diretta dei luoghi, al 'prendere le misure' dello spazio e con lo spazio in cui viviamo.

"Cortile, campo da calcio, parrocchia erano i luoghi dell'educazione, oggi delegata allo schermo del televisore o del pc. Bisogna invece educare alla libertà. Tutto il resto è addestrare, ammaestrare e indottrinare." Paolo Crepet

Oggi che non si gioca più in cortile, in piazza e per strada, luoghi percepiti dai genitori insicuri o più semplicemente vietati ai bambini dalla collettività, siamo tentati di rimandare il momento in cui i nostri figli possono conoscere in presa diretta gli spazi che li circondano, dalla piccola alla grande scala, dalla propria abitazione alla scuola, dal quartiere alla città. Limitare la loro libertà di movimento e di relazione, rischia di proiettarli in una dimensione di paura, diffidenza e ostilità.
Quanti sono i bambini che si spostano da soli apprendendo come orientarsi, conoscere e riconoscere non solo i pericoli, ma semplicemente gli spazi, i percorsi, i segnali?

Come può l'architetto svolgere un ruolo sociale utile in questa direzione? Forse dovrebbe essere ridefinito innanzitutto il suo ruolo professionale in quel processo molto articolato che resiste al cambiamento e che comincia dalle decisioni politiche, continua con quelle economiche e programmatiche ma solo alla fine lo chiama ad intervenire per dare forma alle attese e ai bisogni della collettività.
Sono passati 24 anni dall'avvio del progetto 'La città dei bambini' di Fano e la progettazione partecipata ha avuto molte stagioni per sperimentare, ma evidentemente non abbastanza per affrancare il metodo e misurare l'efficacia su tutta la città dell'azione multidisciplinare che parte dalle richieste che arrivano dal basso, dai bisogni dei più deboli.
Il prevalere di un'interpretazione educativa ha limitato il successo dell'iniziativa. Forse è necessario tendere al passaggio da apprendere a comprendere, meno impositivo e unidirezionale, capace di scampare il pericolo dell'apprensione, della mania di controllo, che abbraccia e non soffoca, che ha e pretende fiducia, libertà, 'con lo sguardo dritto e aperto sul futuro'.

Liana Pastorin

 
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